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Palermo da mangiare in un giorno: Ballarò, Vucciria e lo street food da non perdere
Palermo da mangiare in un giorno: Ballarò, Vucciria e lo street food da non perdere
A Palermo il cibo di strada ha una storia lunga quanto quella dei suoi mercati, nati in epoca araba tra i vicoli del centro e ancora oggi frequentati dai palermitani per la spesa di tutti i giorni.
Con un solo giro dei più famosi, come Ballarò e la Vucciria, si possono assaggiare i grandi classici della cucina popolare, dalle panelle del mattino alle stigghiola cotte sulla brace a tarda sera. Vi raccontiamo come organizzarla, partendo dalla stazione e passando per i Quattro Canti e la Cattedrale.
Palermo in autunno: la stagione giusta per mangiare per strada
Ottobre e novembre sono forse i mesi più piacevoli per girare la città a piedi. Il caldo dell’estate lascia il posto a giornate tiepide, il sole a mezzogiorno scalda ancora e la sera basta una giacca leggera per sedersi all’aperto.
Anche i mercati si adeguano a un ritmo differente e più locale: le comitive si diradano e tra i banchi tornano le signore con la borsa della spesa, mentre gli ambulanti abbanniano, cioè decantano la merce a voce alta, in dialetto, per richiamare i clienti.
A fine ottobre, poi, le vetrine delle pasticcerie si riempiono di frutta martorana e pupi di zucchero, i dolci della festa dei Morti del 2 novembre, quando secondo la tradizione palermitana i defunti di famiglia portano i regali ai bambini.
Arrivare con la valigia e liberarsi subito delle mani occupate
Chi arriva al mattino presto o riparte la sera si ritrova spesso con qualche ora libera e un trolley da portarsi dietro, poco pratico tra le bancarelle e i vicoli stretti dei mercati.
Prima di iniziare il giro conviene cercare un deposito bagagli a Palermo per chi ama lo street food e vuole muoversi leggero, con armadietti automatici che si prenotano online e si aprono con un codice di apertura ricevuto via mail. Senza fila e senza moduli da compilare, la valigia resta al sicuro e la giornata può cominciare davanti al primo banco di panelle.
Ballarò: il mercato più antico tra panelle, crocchè e frutta di stagione
Partiamo da Ballarò, il mercato più antico della città, a una decina di minuti a piedi dalla stazione risalendo via Maqueda ed entrando sulla sinistra nei vicoli dell’Albergheria. Anche il nome tradisce le sue origini arabe: deriverebbe da Balhara, un villaggio vicino a Monreale da cui arrivavano i primi venditori. I banchi si allungano da piazza Casa Professa fino a piazza del Carmine e a corso Tukory, tra tendoni colorati, cassette di pesce sul ghiaccio, mazzi di finocchietto selvatico e spezie esposte in grandi sacchi aperti.
Il momento giusto è la mattina, quando il vociare è al massimo e le friggitorie lavorano a ciclo continuo. Qui la colazione è spesso salata, e il primo assaggio è quasi sempre pane e panelle: frittelle sottili di farina di ceci servite dentro un panino morbido al sesamo, spesso insieme ai crocchè di patate profumati alla menta, che i palermitani chiamano cazzilli. Tra un morso e l’altro si curiosa tra la frutta di stagione, con i melograni spaccati a metà per mostrare i chicchi.
Arancine, sfincione e pani ca’ meusa: i classici da assaggiare
Sull’arancina i palermitani hanno le idee chiare: al femminile e di forma tonda o ovale, mentre a Catania diventa arancino e ha la punta (e la disputa tra le due città va avanti da sempre). Le versioni classiche sono due, al burro (ovale), con besciamella, prosciutto cotto e mozzarella, e alla carne, con ragù e piselli. Lo sfincione è invece una focaccia alta e soffice, condita con salsa di pomodoro, cipolla, acciughe, caciocavallo, origano e pangrattato. Lo vendono a tranci anche dalle Apette che girano per il centro, con il venditore che ne canta le lodi al megafono.
Per gli stomaci più coraggiosi c’è il pani ca’ meusa (che rientra tra gli street food più amati d’Italia), il panino con la milza: milza e polmone di vitello bolliti, tagliati a listarelle e ripassati nello strutto, serviti in una vastedda al sesamo. Si ordina schietto, con un filo di limone, oppure maritato, con ricotta o caciocavallo grattugiato.
Verso la Cattedrale e i Quattro Canti, tra una sosta e l’altra
Da Ballarò bastano cinque minuti a piedi per arrivare ai Quattro Canti, passando accanto alla chiesa del Gesù di Casa Professa. All’incrocio tra via Maqueda e corso Vittorio Emanuele si apre piazza Vigliena, progettata nel 1608 da Giulio Lasso e dedicata al viceré che la commissionò, il marchese di Villena.
Le quattro facciate barocche raccontano la città su più livelli: le fontane con i fiumi dell’antica Palermo, le allegorie delle stagioni, i re spagnoli e, in alto, le sante patrone Agata, Ninfa, Oliva e Cristina, venerate prima dell’arrivo di Santa Rosalia. I palermitani la chiamano anche Teatro del Sole.
A due passi c’è piazza Bellini con la chiesa della Martorana, quella che ha dato il nome alla frutta di marzapane. Una curiosità? Secondo la leggenda le suore del monastero vicino modellarono frutti di pasta di mandorle per appenderli agli alberi del chiostro, rimasti spogli, in occasione della visita di un alto prelato. Risalendo il corso, in meno di dieci minuti si arriva alla Cattedrale, dove gli stili arabo-normanno, gotico e barocco convivono sotto la cupola aggiunta a fine Settecento. All’interno, tra le tombe reali, riposa anche l’imperatore Federico II di Svevia.
La Vucciria la sera: dal mercato al rito delle stigghiola
Per chiudere la giornata si torna verso il mare lungo il corso e, superata via Roma, si piega a sinistra nei vicoli della Vucciria. Il nome viene dal francese boucherie, macelleria, perché un tempo qui si vendeva la carne; oggi, in dialetto, la parola indica il frastuono e la confusione, ed è facile capire perché. Di giorno resta qualche banco di pesce e verdura, e per farsi un’idea di com’era basta pensare al grande quadro che Renato Guttuso le dedicò nel 1974, custodito a Palazzo Steri.
Il mercato si risveglia con il buio e dà il meglio dopo le nove. In piazza Caracciolo si accendono le griglie e l’odore delle stigghiola si sente da lontano. Da piazza Garraffello arriva la musica, e la serata ha lo stesso ritmo di una festa di quartiere.
Deposito bagagli Palermo e dolci per il viaggio di ritorno
Prima di riprendere la valigia c’è ancora tempo per l’ultima sosta in pasticceria. Il cannolo va riempito al momento, per mantenere croccante la scorza, quindi per il viaggio meglio farsi incartare a parte cialde e ricotta.
La cassata, verde di pasta reale e lucida di glassa, si può portare con sé, a patto di tenerla in una scatola rigida, e a fine ottobre la frutta martorana è il regalo “siciliano” per eccellenza da portare a casa.
Per il ritiro dei bagagli il consiglio è di tenersi almeno mezz’ora di margine, soprattutto con l’ultimo treno o un volo serale, considerando che l’aeroporto si trova a una trentina di chilometri dal centro e il traffico dell’ora di punta può allungare i tempi.
Una città che si scopre con il palato
Che Palermo sia una capitale del cibo di strada lo ha messo nero su bianco anche Forbes, che nel 2012 l’ha piazzata quinta al mondo in una classifica dedicata allo street food, unica città italiana in elenco.
Lo stesso giro tra un assaggio e l’altro, peraltro, attraversa un patrimonio Unesco: dal 2015 la Cattedrale e la Martorana fanno parte dell’itinerario arabo-normanno tutelato insieme alle cattedrali di Cefalù e Monreale.
E per tornare c’è già una data in calendario. Il 13 dicembre, giorno di Santa Lucia, i palermitani mettono da parte pane e pasta e mangiano arancine e cuccìa, in ricordo della nave carica di grano che nel 1646 entrò in porto dopo una lunga carestia.